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Giornalisti minacciati 12 giugno 2018

#VoceAiGiornalisti, da Forcella appello contro precariato e minacce. Il Sindacato: «Nessuno si salva da solo»

Il procuratore Giovanni Melillo alla manifestazione del SIndacato giornalsiti a Forcella

Secondo appuntamento dell’iniziativa nazionale della Fnsi, ‘VoceAiGiornalisti’. Questa volta a Napoli, nella struttura comunale ‘Piazza Forcella’, per parlare di giornalisti minacciati e di precariato, di periferie da illuminare e di cronisti di frontiera. «Iniziamo questa manifestazione con una foto collettiva: una forma diversa di ‘scorta mediatica’ per i colleghi colpiti per via del loro lavoro. Siamo in un luogo simbolo della lotta per la legalità, il luogo più adatto per parlare dei temi della giornata», ha esordito Laura Viggiano, componente del consiglio direttivo del Sindacato unitario giornalisti della Campania.

Poi i saluti dell’amministrazione comunale portati dall’assessora Alessandra Sardu, che ha invitato il sindacato ad organizzare altre manifestazioni nel capoluogo partenopeo, del portavoce dell’associazione ‘Annalisa Durante’, Pino Perna, che ha messo a disposizione la struttura, del presidente dell’Ordine dei giornalisti della Campania, Ottavio Lucarelli, che ha raccontato gli ultimi casi di minacce ai colleghi.

Il segretario del Sugc, Claudio Silvestri ha ribadito che «questa delle minacce ai cronisti è un’emergenza. Abbiamo scelto Forcella, periferia nel cuore della città anche perché noi ci diciamo sempre di illuminare le periferie, ma i colleghi che raccontano le storie delle periferie spesso per questo vengono minacciati. Ci sono le intimidazioni e ci sono anche gli altri problemi della categoria: le querele bavaglio, il carcere per i giornalisti, il lavoro precario, senza diritti, senza tutele né garanzie. Tutte minacce alla libertà di stampa, che si traducono in una minaccia al diritto dei cittadini ad essere informati».

All’iniziativa, assieme ai vertici degli enti della categoria, delle associazioni regionali di stampa e dell’Ucsi Campania, erano presenti anche numerosi cronisti finiti ‘sotto tiro’, come Paolo Borrometi, Luciana Esposito, Claudia Marra, Stefano Andreone, Fabio Postiglione, Marilena Natale, Arnaldo Capezzuto, Amalia De Simone; il direttore di Fanpage, Francesco Piccinini; i rappresentanti di associazioni che operano sui territori, del mondo della cultura e delle istituzioni napoletane.

Giovanni Melillo, capo della procura della Repubblica di Napoli, ha assicurato che «il tema delle minacce ai giornalisti è un tema prioritario dell’ufficio che rappresento» e rinnovato la disponibilità a lavorare insieme, magistrati e giornalisti, anche sulle altre questioni che le due categorie condividono.

Poi le testimonianze dei giornalisti aggrediti, con Arnaldo Capezzuto che ha raccontato i passi avanti fatti nella Forcella dove è stato aggredito. Il ricordo commosso di Luciana Esposito del sostegno avuto dal sindacato dei giornalisti. Le sette volte che hanno tagliato le gomme dell’auto a Fabio Postiglione e le intercettazioni in cui il boss si lamentava del fastidio arrecato dal giornalista del Roma. «Che fine ha fatto chi ci ha minacciato? Non lo sappiamo. Noi ci sentiamo appesi», ha detto.

I ringraziamenti di Paolo Siani, fratello di Giancarlo, ai giornalisti che «raccontano, spesso a prezzo di grandi sacrifici, quello che succede in questo Paese e nelle nostre città e ci aiutano a capire», ha incalzato. E il saluto di Francesco Piccinini a Paolo Borrometi, del quale Fanpage ha ripreso le inchieste.

«Ci minacciano – ha detto il cronista siciliano di ritorno dal tribunale di Siracusa – perché diamo le notizie. Ma noi siamo giornalisti e non possiamo tenere nascosta una notizia. La libertà di informare è una questione che riguarda i cittadini e a loro chiedo di starci accanto per renderci più forti di chi ci minaccia».

Amalia De Simone, che per le sue inchieste è stata insignita dal presidente della Repubblica del titolo di cavaliere al merito, ha posto l’accento sul fenomeno delle querele temerarie, chiedendo che «anche in questo caso vengano rilanciare le inchieste dei colleghi», e richiamato gli editori alle loro responsabilità: «Devono investire sul giornalismo di inchiesta, essere corretti, pagare i giornalisti», ha insistito chiedendo di «andare a mettere le mani dove ci sono situazioni poco chiare di leggi violate e diritti negati».

Il segretario generale della Fnsi, Raffaele Lorusso ha ricordato che «gli attacchi ai cronisti e alla professione sono attacchi all’articolo 21 della Costituzione. I cittadini hanno diritto ad essere informati e per questo non ci possono essere zone franche dove viene impedito ai giornalisti di lavorare. Abbiamo scritto al presidente della Repubblica e ai presidenti di Senato e Camera. Ora cercheremo di avviare il confronto con il governo sui temi che interessano la professione. Forse si riapre la questione delle intercettazioni, perché non riaprire anche quella delle querele bavaglio?».

Lorusso ha poi osservato che «l’interlocuzione ha portato qualche frutto: l’Osservatorio per la sicurezza dei giornalisti istituito al ministero dell’Interno, la diffusione della ‘scorta mediatica’, siamo diventati più visibili, abbiamo ricompattato gli organismi della categoria intorno alle questioni cruciali per la professione. Ora – ha spiegato – dobbiamo rivolgerci compatti alle istituzioni per sollecitare interventi contro il precariato, le querele bavaglio e le minacce. Libertà e diritti sono due facce della stessa medaglia, gli attacchi ai cronisti e il precariato sono nemici dell’articolo 21 che privano i cittadini del diritto a essere informati».

Il segretario della Fnsi ha quindi ricordato le recenti vicende del Mattino, le pressioni al direttore del Foglio. Casi che portano ad altri temi: quelli della proprietà delle aziende editoriali, dello statuto delle imprese editoriali, della governance del servizio pubblico, delle leggi di sistema su conflitti di interessi e antitrust. «La democrazia è la forma di governo del popolo informato. Chi non vuole un popolo informato non vuole la democrazia. Quella di estendere i diritti civili e sociali a chi non ne ha, riducendo così le diseguaglianze, è una battaglia che accomuna i sindacati dei giornalisti di tutta Europa», ha concluso Lorusso che ha poi ricordato Soumaila Sako: «Difendere diritti e garanzie dei lavoratori ancora oggi può costare la vita. Facciamo nostra la battaglia di Soumaila, che è la battaglia di illuminare le periferie dove non si vogliono diritti e tutele».

Il presidente del Cnog, Carlo Verna e quello di Casagit, Daniele Cerrato hanno ribadito l’idea di comunità, «che deve dare risposte a 360 gradi alla categoria» su precariato, querele temerarie, minacce che «rischiano di inficiare il lavoro dei giornalisti. Ma i colleghi non devono sentirsi soli se tutta la categoria fa loro da ‘scorta mediatica’ e sostiene le battaglie comuni su dignità del lavoro, welfare, assistenza».

Infine le testimonianze del rappresentante del coordinamento dei collaboratori del Gazzettino di Venezia; di Gerardo Ausiello, del Cdr del Mattino; di Claudia Marra, giornalista Rai minacciata mentre realizzava un servizio; di Stefano Tallia, segretario dell’Associazione della Stampa Subalpina, che ha letto un messaggio del collega Massimo Numa, impegnato sui temi dei terrorismo in Val di Susa e per questo minacciato con due ordigni esplosivi recapitati a casa; di Désirée Klain, del circolo campano di Articolo21; di Mattia Motta, presidente della Commissione nazionale lavoro autonomo della Fnsi, che ha ribadito: «Solo lavorando tutti insieme riusciremo a uscire da questa tempesta perfetta».

A chiudere la giornata il presidente Giulietti. «Nessuno si salva da solo – ha detto –. Per difendere la libertà di stampa serve una profonda alleanza tra chi fa informazione e chi ne fruisce. Bisogna mettere insieme movimenti e associazioni diversi e lottare insieme come categoria e con i cittadini. Non basta la ‘scorta mediatica’ ai giornalisti minacciati. Bisogna garantire diritti e dignità a chi con il proprio lavoro garantisce ai cittadini il diritto ad essere informati. E dobbiamo schierarci tutti insieme, compatti, verso l’obiettivo».

 

ANSA/ A Napoli giornalisti e le loro vite sotto scorta

ZCZC8193/SXR ONA55658_SXR_QBXO R POL S44 QBXO ANSA/ A Napoli giornalisti e le loro vite sotto scorta Minacce e aggressioni, i loro racconti alla periferia di Napoli (di Laura Pirone) (ANSA) – NAPOLI, 12 GIU – Luciana Esposito piange mentre racconta la sua esperienza, le aggressioni e le minacce subite dai clan, a Ponticelli, periferia est di Napoli. Tutto alla luce del sole. Fabio Postiglione, cronista di nera e giudiziaria, dice di “averne fatti di guai” a cominciare da quando, meno che trentenne, chiese in prestito l’auto al fratello e le diedero fuoco per alcuni suoi articoli, “ma sono qui, in piedi”. Arnaldo Capezzuto racconta di aver superato una “autoassicurazione” che si ripeteva di fronte alle minacce della camorra mentre scriveva di Annalisa Durante, morta a 14 anni, nel 2004, vittima innocente uccisa a Forcella, a Napoli. “Mi dicevo: ‘Sara’ stato nervoso di suo’ – afferma – poi e’ stato come aprire gli occhi e ho denunciato”. Ed ancora. Paolo Borrometi vive sotto scorta da diverso tempo, a causa delle minacce e dell’aggressione per alcune inchieste; ieri ha testimoniato, in tribunale a Siracusa, nel processo che vede imputato Francesco De Carolis, 44 anni, siracusano, accusato di minacce gravi e violenza privata aggravate dal metodo mafioso. Sono solo alcuni dei giornalisti minacciati per il loro lavoro, gli articoli scritti, le inchieste, le domande, che oggi hanno preso parte a #VoceAiGiornalisti. Ognuno ha una storia da raccontare, diversa per genesi, ma uguale nel finale: minacce, aggressioni fisiche. “L’avvocato della difesa, tra le altre cose mi ha chiesto: ‘Ma perche’ doveva scrivere proprio di De Carolis’? – ha raccontato – Come perche’? Perche’ e’ il mio lavoro, perche’ esiste l’articolo 21 della Costituzione”. “Chi ci minaccia, non e’ piu’ forte di noi – ha sottolineato – Ieri in tribunale c’erano i cittadini al di la’ delle associazioni. La mia scorta civile, accanto a quella che ringrazio sempre delle forze dell’ordine”. Dopo l’aggressione subita, Borrometi ha dovuto sottoporsi a cure mediche: “Me le hanno pagate i miei genitori, io venivo pagato 3 euro e 10 centesimi lordi e non potevo permettermele”. “Sono stanco – dice – di vedere migliaia di colleghi che non arrivano a fine mese, non possono avere un profilo Casagit, non possono pagarsi cure”. “Creiamo qualcosa, chi puo’ si autotassi, ma pensiamo a chi non ce la fa – ha aggiunto – io sono uno sporco precario e lo rivendico, ho i piedi stanchi di chi cerca ogni giorno una notizia”. Le minacce a Postiglione, dall’auto incendiata del fratello, sono arrivate prima al giornale, Il Roma, poi fin sotto casa. “Io ho denunciato, eppure non so che fine abbiano fatto quelle persone – sottolinea – La mia denuncia giace nell’ultimo cassetto dell’ultimo Commissariato. Non c’e’ stata alcuna indagine, sono vivo ma nel limbo. Siamo appesi, ci possono lasciar cadere nel vuoto”. E lascia con una domanda: “La colpa e’ del giornalista che ha lavorato o di chi non fa le indagini e se ne frega?”. YW9-SS 12-GIU-18 17:53 NNNN

 

 

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